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Paolo Battaglia La Terra Borgese

Chiedere agli UOMINI di trattare tutti come componenti della propria famiglia

Chiedere agli UOMINI di trattare tutti come componenti della propria famiglia

Se ci comparisse oggi davanti in carne ed ossa – narici dilatate, occhi a mandorla, e una grossa protuberanza sul cocuzzolo – noi lo giudicheremmo alquanto buffo. Barba e baffi gli pendevano in tre lunghe code e vestiva una specie di kimono giapponese. Ma era alto e robusto, musicista di talento, e, quanto all’intelligenza, un vero genio. Anche se la sua saggezza profonda e sottile non è molto apprezzata in Occidente, pure la sua figura giganteggia solitaria nella storia come quella di un uomo che da solo ha foggiato la mente e il costume di un popolo.

Confucio visse in Cina oltre 500 anni prima della nascita di Cristo. Fu uno dei più sublimi maestri dell’arte del vivere, e più semplicemente maestro nel senso più vero della parola. Non era un santo né un profeta, non disponeva di nessuna chiave magica per i segreti dell’universo. Anche se spesso la sua dottrina viene identificata con la religione della Cina, s’interessava ben poco di religione e di vita eterna. Tuttavia predicava con fervore la bontà. Egli è inventore di quella regola aurea che è una delle gemme più pure dei Vangeli: «Non fare agli altri quello che non vorresti che fosse fatto a te».

Confucio è talvolta cosi vicino al Vangelo cristiano, che un intero libro è stato scritto sulle analogie e i contrasti tra le due dottrine. Il dogma cristiano «Non giudicare e non sarai giudicato» si ritrova, per esempio, nell’ammonimento di Confucio che ci esorta, quando giudichiamo gli altri, a prendere come misura «il nostro io più intimo». Non potremmo aver commesso anche noi per caso lo stesso peccato?  Ma è in contrasto con la dottrina cristiana la risposta che dette a chi gli chiedeva la sua opinione sul concetto di rendere bene per male. «Con che cosa, allora, ricompenserete il bene? Compensate l’offesa con la giustizia, il bene con il bene».

Già nell’infanzia, Confucio aveva una vera passione per riti e cerimonie di ogni genere. Amava anche la musica e imparò a cantare e a suonare il liuto e la cetra. Nell’età matura si recò alla capitale, dalla piccola provincia di Lu in cui era nato, per studiare «le regole della musica e del decoro» e acquisire una perfetta padronanza di tutte le forme dell’etichetta sociale.

Fattosi adulto, Confucio si guadagnò da vivere aprendo una scuola. Non c’era un prezzo fisso per le lezioni, e se un ragazzo era povero ma intelligente non pagava nulla. I suoi insegnamenti ci sono stati tramandati sotto forma di una vasta raccolta di detti disparati e spunti di conversazione che i suoi allievi andavano annotando. Sfortunatamente questo materiale non è integrato da una narrazione della sua vita e perciò riesce di lettura non molto facile. Confucio diffidava dell’eloquenza. «Quanto alla lingua» diceva «si richiede soltanto che dica ciò che si vuole esprimere»: un risultato che egli otteneva con uno stile semplice e piano, come in queste sue massime.

Dovunque andiate, andateci con tutto il cuore.

Il peggior difetto consiste nellavere dei difetti e non cercare di correggerli.

Non credetevi cosi grandi, che gli altri vi sembrino piccoli.

Aveva una mentalità scientifica; quando insisteva sull’importanza dell’elasticità mentale, sulla necessità di sostituire l’esame dei fatti all’affermazione dogmatica, di sospendere il giudizio fino alla prova acquisita, era di oltre 2000 anni in anticipo sul proprio tempo. Fu lui ad enunciare per primo quella che potrebbe dirsi la regola aurea della scienza: «Quando non sapete una cosa, il riconoscere che non sapete, è sapere». Cosi liberava il campo dai pericolosi travisamenti delle superstizioni e delle illusioni. Per lo stesso motivo attribuiva la massima importanza alla sincerità, non soltanto nel parlare, ma anche nel meditare. Non dobbiamo ingannare noi stessi nel nostro intimo, se vogliamo percorrere quello che lui chiamava «il sentiero della verità».

Tuttavia il sentiero che indicava non era dritto e angusto, né oltremodo difficile. «Il sentiero della verità» egli diceva «è simile a un’ampia strada. Non è difficile a trovarsi: il male è che gli uomini non vogliono cercarlo». Ciò non significa affatto che Confucio consigliasse l’indolenza o l’intemperanza. Era un maestro esigente, rigido: al confronto delle qualità che egli pretendeva dai suoi allievi le nostre quattro virtù cardinali sembrano un corso per scolaretti delle elementari. I suoi allievi dovevano essere «di percezione rapida, di giudizio sicuro, d’intelligenza lungimirante, di vasto sapere, atti al comando, magnanimi, capaci di clemenza». Dovevano inoltre acquistare «solennità», «zelo», «fedeltà», «bontà» e una «sollecita cura dei propri affari». Dalle sue massime mi pare di capire che alla base della sua dottrina ci sia il concetto fondamentale che tutti gli uomini dovrebbero essere in uno stato continuo di crescita. In noi tutti, secondo Confucio, esiste una spinta verso l’alto, un impulso a superare, se non gli altri uomini, almeno noi stessi, quali eravamo ieri e quali siamo oggi.

Come Platone 200 anni dopo, anche Confucio tracciò le linee di una repubblica ideale, ma la sua era ben diversa da quella severamente irreggimentata dal filosofo greco, perché nasceva da una nostalgica aspirazione ad una società operante al modo di una famiglia retta dall’amore. Era un concetto ancora più utopistico in Cina che altrove, perché laggiù i legami familiari erano molto più forti e sentiti che altrove: chiedere ai Cinesi di trattare tutti come componenti della propria famiglia era chiedere molto. Confucio lo sapeva, ma voleva per lo meno vedere il mondo avviarsi verso quell’ideale. E il solo modo di cominciare, a parer suo, era quello di chiamare al potere uomini buoni e saggi. Anche in ciò simile a Platone, Confucio si adoperò sempre, in tutta la vita, per ottenere la nomina a un’alta carica da uno dei principi feudali. Molti dei suoi migliori allievi ottennero nomine del genere, ma, quanto a lui, pare che non sia mai andato molto al di là

della posizione di insigne maestro, adatto a formare uomini di governo.

Sebbene Confucio trascorresse anni vagabondando per la Cina con un gruppetto di discepoli, in cerca di un potente disposto a offrirgli l’opportunutà di rifare il mondo, certi tratti del suo carattere precludevano la via alle sue ambizioni. Pare che fosse troppo sincero per riuscire in politica. A un sovrano collerico, che gli chiedeva una guida nell’arte del governo, disse: «Impara prima a governare te stesso». Inoltre, Confucio non era un convinto assertore dell’aristocrazia ereditaria. «Gli uomini sono pressappoco uguali per natura» diceva. E sebbene a quei tempi non si parlasse ancora di democrazia, Confucio sosteneva, forse per la prima volta nella storia, che il vero scopo del governare non è solo il benessere materiale del popolo, ma anche la

sua felicità.

Finì con il tornarsene alla sua città natale, vecchio e stanco, indomito nello spirito, ma convinto di essere un fallito. Dopo pochi anni tranquilli, tutti dedicati all’insegnamento, morì sempre in quella convinzione. I suoi discepoli lo piansero come un padre. E poiché allora l’uso era che i figli trascorressero tre anni a piangere un padre defunto, ebbero molto tempo a loro disposizione. Lo usarono a ricordarsi l’un l’altro tutte le cose essenziali dell’insegnamento di Confucio e a metterle per iscritto. La trascrizione dei loro ricordi divenne la bibbia del popolo cinese. Più che una bibbia, divennero il suo galateo, il suo codice, la dottrina politica cui s’ispirarono i suoi migliori governanti.

Quando nel IIIsecolo a.C. alcuni despoti brutali bandirono il Confucianesimo, bruciandone i libri e condannando a morte i suoi aderenti, la filosofia di Confucio si diffuse al pari di un fuoco nascosto, cosi come il Cristianesimo doveva diffondersi sotto le persecuzioni. E, come per il Cristianesimo, venne un imperatore più illuminato, che adottò il Confucianesimo come sua dottrina e gli conferì il crisma della legalità.

Libri su libri sono stati scritti sugli insegnamenti di Confucio che, se un uomo cominciasse a leggerli in gioventù e perseverasse costantemente in quella lettura per tutta la vita, non ne vedrebbe mai la fine. Tuttavia la pura, elevata, moderata e semplice arte del vivere come l’insegnava lo stesso Confucio, non ha mai cessato di splendere.

Così risplenderà in eterno, nonostante tutti i teorici del comunismo che si sforzano di sostituirvi la loro religione di una tirannia di Stato (a occidente il nazismo) e la loro dottrina che è il fine che giustifica i mezzi, anche i più sanguinosi e malvagi.

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Dir. artistica Emanuela Petroni
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